Volare sull’AC 72

TS
The Sailing Times
15 April 2013

E’ stato incredibile, una giornata da ricordare… mi sarei contentato di seguire New Zealand dal gommone, vederla navigare da fuori. Invece a Auckland, a pochi giorni dal varo di Luna Rossa, mi hanno invitato a bordo, per un regalo vero per cui è bastato un Sms, che oltre tutto è sintomo di un cambiamento radicale del grado di sicurezza preteso dai team: chi non ricorda i tempi delle barche protette dai teloni, cui era impossibile avvicinarsi. Invece è stato quasi facile, certo i kiwi mi conoscono da anni, ma questo non sarebbe certo bastato in altri tempi. Ho già navigato con i silenziosi kiwi, un equipaggio tanto diverso in regata da ogni altro, dove bastano poche parole a prendere le decisioni più gravi. Questa grande nazionale della vela neozelandese pianta le radici nella lontana sfida di New Zealand per l’edizione 87 a Perth Australia, la barca di plastica, passa attraverso la grandi vittoria del 95 con l’eroico Peter Blake. Molti di quei “ragazzi” hanno proseguito e vinto in ogni mare, intrecciando i loro destini. Se la sfida vincente ha provocato un vero caso nazionale, tesi di laurea comprese la sonora sconfitta del 2003 è stata protagonista di interrogazioni parlamentari e adesso tutti rivogliono la Coppa nella sede del Royal New Zealand Yacht Squadron. Siamo a bordo, stacchiamo dalla banchina: è tutto veloce, più veloce di qualsiasi altra barca: il traino (e sono molte miglia dal Viaduct Basin al golfo) è a 15 nodi, quando il gommone rimorchiatore (quattro motori da 300 cavalli) ci lascia e l’equipaggio si prepara all’allenamento si naviga a 10 nodi solo con l’ala libera, senza scotta che addirittura non c’è. E’ anche tutto molto semplice, facile. Tra gli undici dell’equipaggio, ma siamo di più con i tecnici, alcuni mitici personaggi dello sport. Le prime prove sono di bolina, ala e fiocco, è facile vedere lo speedometro salire a 22, 24 nodi, ma so bene che il boccone migliore deve ancora arrivare. Quando Dean Barker decide per il gennaker e pronuncia la parola magica “testing” New Zealand decolla, sul mitico Golfo di Hauraki soffiano 16 nodi di vento reale e in pochi secondi navighiamo a 33, 5 stabili sui tre punti di quello che non può essere un aliscafo ma che lo è. Per regolamento infatti può essere immersa una sola delle derive e i tre punti sono la deriva sottovento e i due timoni, che hanno delle alette e dovrebbero restare immersi entrambi. Per questa uscita Emirates Team New Zealand monta due derive a sciabola che finiscono con un piatto orizzontale, è l’unica barca progettata fin dall’inizio per volare. Più tardi mi racconterà Giovanni Belgrano “non capisco le scelte degli altri e soprattutto di Oracle, a noi sembrava evidente che volare fosse la strada da percorrere, la nostra barca è pensata con i pesi indietro”. A bordo si registra ogni cosa: prestazioni e carichi, ogni giorno dei 30 a disposizione per questa prima fase, deve essere sfruttato al meglio. Per salire a bordo mi hanno fatto indossare il salvagente da big jim, l’inguardabile casco, la bomboletta di ossigeno da usare in caso di ribaltamento, per fortuna si fidano del mio piede marino e posso circolare senza troppi confini. Si preoccupano quando, durante un cambio vele, metto il naso dentro la scassa della deriva: la pinna può muoversi in tutte le direzioni e viene usata in diverse configurazioni, non sempre alla massima immersione. Volare è una decisione dell’equipaggio e non solo il risultato della velocità. Dopo la giornata Dalton confessa “siamo troppo stabili, si decolla troppo bene, secondo me vuol dire che c’è da limare, ridurre le superfici bagnate. Vedrai, Luna Rossa sarà di sicuro più veloce di noi ed è la prima volta che sono contento che un avversario sia più rapido di New Zealand: vuol dire che percorriamo la strada giusta e la nostra seconda barca sarà più forte”. Quando racconto il commento ai ragazzi di Luna Rossa ottengo solo qualche grugnito, il programma sviluppo velocità è da divulgare poco. Non c’è nessuna sensazione di pericolo.. si certo la velocità è tanta: il vento apparente a bordo supera agevolmente i 40 nodi, mi raccontano che non è raro leggere 60 nodi in testa d’albero… del resto basta fare due conti: 25 di reale più 45 di velocità… Glen Ashby è categorico: “con una vela tradizionale sarebbe quasi impossibile gestire le manovre, faremmo a pezzi le stecche”. Per regolare l’ala si contenta di un piccolo winch con la scotta in diretta, il carico è di circa una tonnellata. Volete fare paragoni? Una vela tradizionale grande uguale potrebbe arrivare a un carico di scotta di 25/30 tonnellate . Questo è uno dei grandi vantaggi dell’ala rigida. L’ala di New Zealand ha un sistema complesso di regolazioni interne per modificare il twist. Sempre Ashby illumina “possiamo navigare con molto vento perché riusciamo a rendere negativa la parte alta, quindi a creare raddrizzamento e non sbandamento…”. E’ prevedibile che gli americani corrano ai ripari, non hanno la stessa possibilità, almeno nelle prime ali, non ci hanno creduto. L’ala è tutto, le altre vele sono semplici: il fiocco serve più per le manovre, che per la propulsione, il gennaker fa… ma di quello sappiamo tutto. Differenze dal monoscafo? Sono stato su tante barche della Coppa: i J Class hanno un incedere maestoso, i 12 metri invece sembrano soffrire, gli Iacc sono complessi, tanta gente a bordo, piccole regolazioni, il timoniere è prigioniero del randista. Gli AC 45 sono nervosi, una sensazione di pericolo molto maggiore che sugli AC 72. Match racing? Mah… prevedono sette virate per bolina e tre strambate per ogni poppa, bordi obbligati sul vento. Questa insomma sarà un’altra storia, tutta da scrivere.