Il match race tra due Ac 72: un disastro annunciato

by Squer.it · 16 May 2013

Il ghiaccio bollente. Il silenzio assordante. La ruota quadrata. Il catamarano da match race. Trattasi, in tutti i casi, di ossimori, figure retoriche che consistono nell’accostamento di due termini di senso contrario. Anche l’ultimo, il catamarano da match race, non sfugge alla definizione, tanto che noi, che i cat li amiamo alla follia (giusto per essere subito chiari ed evitare spiacevoli equivoci), qualche anno fa ci siamo posti una domanda: ma come è possibile concepire un match race tra due velocissimi multiscafi?

 

La questione torna adesso di stretta attualità (e in prospettiva futura) dopo il maledetto incidente che ha causato la morte di Andrew Simpson, il 37enne inglese che non è mai più tornato dall’ultima uscita di allenamento dell’Ac 72 Artemis, nella baia di San Francisco. E dopo che oggi, gli organizzatori della 34ma America’s Cup hanno confermato che l’evento seguirà il programma previsto. Certo, come chiarisce il comunicato stampa ufficiale recapitato ieri alle redazioni, “un gruppo di lavoro composto da personalità altamente specializzate del mondo della vela e della sicurezza in mare è stato incaricato di esaminare le modalità di impiego degli Ac 72 tanto durante gli allenamenti, quanto durante le regate dell’America’s Cup 2013″. E la Commissione d’Inchiesta, assistita dalla Guardia Costiera degli Stati Uniti e formata dall’australiano Iain Murray, il Regatta Director, Sally Lindsay Honey, John Craig, Chuck Hawley, Vincent Lauriot-Prévost e Jim Farmer, “avanzerà le sue raccomandazioni in seguito al decesso di Andrew “Bart” Simpson e comunicherà l’esito del suo lavoro il prima possibile, visto che l’inizio delle regate è fissato tra sette settimane”. Tutto giusto e dovuto, ci mancherebbe. Ma qualcosa, anzi, parecchio non torna.

 

Abbiamo visto che questi velocissimi catamarani, dotati di ala rigida e foil, sono molto pericolosi e che nel 50 per cento dei casi si sfasciano, per un motivo o per un altro. Una percentuale “vagamente” elevata, ma dettata dai fatti: su quattro Ac 72 in circolazione, due si sono distrutti, Oracle prima e Artemis adesso. Due su quattro, la metà esatta. E già questo, dovrebbe dare risposte certe e insindacabili ben prima del lavoro di qualsiasi commissione d’inchiesta. Ma il problema non è (solo) questo. Stiamo parlando di incidenti avvenuti durante sessioni di allenamento, quindi senza le forzature di una regata. E soprattutto senza un avversario, scenario che cambia, e anche di molto, la situazione. Quindi, vogliamo provare a immaginare cosa potrebbe succedere con due Ac 72 che regatano uno contro l’altro e che in qualche modo, a meno che a terra non si decida preventivamente di ignorarsi (e allora non sarebbe più sport), possono venire a contatto, se non diretto almeno molto ravvicinato? No, meglio non provarci. Perché immaginare un disastro di simili proporzioni, e non soffrirne, è praticamente impossibile. Quindi ci asteniamo dal farlo. E torniamo alla domanda iniziale.

 

A parte tutti i discorsi sulla pericolosità di una regata tra due simili mostri di potenza e velocità, che oltretutto, navigando sui foil, rischiano seriamente di andare fuori controllo (i francesi, con l’Hydroptere, ci hanno messo una ventina d’anni a mettere a punto il loro “aliscafo” a vela, dopo una lunga serie di problemi e incidenti), a parte tutto questo, che ovviamente ha un’importanza primaria (la sicurezza, prima di tutto), quello che proprio non riusciamo a capire è come il trust di cervelli (detto senza ironia) a capo della Coppa America, abbia potuto pensare a un match race tra due barche che sono l’antitesi della barca tipo per i duelli uno contro uno.

 

Il match race, infatti, prima di tutto richiede barche che non siano dei missili, in modo tale da consentire agli umpires (gli arbitri in acqua) di poter fare le proprie valutazioni (un esempio: le barche sono ingaggiate?) e dare le penalità a chi infrange le regole, cosa che diventa sempre più difficile man mano che le barche aumentano la propria velocità. Richiede mezzi molto manovrabili, perché per togliersi da una copertura dell’avversario, bisogna manovrare spesso e senza sosta (vedi le serie infinite di virate). E soprattutto, presuppone che le barche siano sicure e robuste, perché il contatto diretto e gli incroci ravvicinati sono all’ordine del giorno, quindi una bella botta senza conseguenze che non siano un buco nel dritto di prua, o nella fiancata, ogni tanto, fa parte del gioco, vedi l’incidente tra Luna Rossa e Team New Zealand a Napoli, con gli Ac 45.

 

Ecco, sembra una barzelletta (che non fa ridere, anzi), ma nessuna di queste caratteristiche appartiene agli Ac 72, anzi, stiamo parlando delle barche meno adatte alle sfide uno contro uno. Quindi un match race tra due mezzi del genere, equivale a un Fernando Alonso che si iscrive alla Parigi-Dakar con la sua Ferrari da Formula 1: un disastro annunciato.