In ricordo di Simone Bianchetti, il poeta dell’oceano

by Squer.it · 25 June 2013

 

Immagine 1 di 15

◄
►

 

Simone Bianchetti era come il vento: inafferrabile, incostante, estremamente variabile. E generoso. Molto generoso. Una persona fuori dal comune, nel senso letterale del termine, che dopo aver spezzato cuori e piloti automatici come se piovessero, una notte di dieci anni fa ha mollato definitivamente gli ormeggi dalla vita e se n’è andato, in silenzio, verso il viaggio più lungo. Verso una pace che aveva cercato in 35 anni passati a navigare sulle onde dei mari di tutto il mondo e tra le pieghe di una vita che procedeva frenetica come un sismografo impazzito.

 

Era la mattina del 28 giugno 2003, quando le prime lacrime arrivarono al telefono. Sembrava uno scherzo di pessimo gusto, non poteva che esserlo. Ci eravamo visti un paio di giorni prima, avevamo finalmente parlato con calma, davanti a qualche birra, del giro del mondo in solitario a tappe che aveva appena concluso ma soprattutto di tutto quello che sarebbe venuto dopo. Simone era un fiume in piena. Era felice, anche se parlare di felicità, con una persona come Simone, era quasi un azzardo. Ma a modo suo era felice. Poi quelle parole. Cazzotti in faccia di prima mattina. Pugnalate. “E’ morto Simone”.

 

A volte bastano poche parole – tre, in questo caso – per cambiare una vita. Per creare una frattura tra il prima e il dopo. Noi, che a Simone volevamo davvero bene, rimanemmo di sasso. E iniziammo a piangere. Senza nemmeno chiedere il perché, il come o il quando. Quello sarebbe venuto dopo, una volta finite le lacrime e scemata la rabbia. Siamo onesti: non volevamo credere che fosse successo veramente. E ancora adesso, che sono passati quasi 10 anni da quella mattina di pianti e disperazione, stentiamo ad accettarlo. “No, non è vero. Non può essere vero”.

 

E invece si, era vero. Così noi abbiamo perso un amico. E lo sport italiano ha perso un grande velista, un testone dal cuore d’oro, un uomo in cui convivevano pacificamente due anime, quella rude, dura, senza fronzoli del marinaio capace di affrontare una traversata dell’Atlantico in solitario legato alla barra del timone della sua barca, e quella lieve, profonda, geniale e ispirata dell’artista che scriveva poesie (imperdibile il suo “Poemetti furiosi di un navigatore solitario”) e dipingeva quadri provenienti da un’altra dimensione. La stessa in cui adesso – lo speriamo di cuore – Simone vive e ride.

 

Ci sarebbero tante cose da dire e da scrivere su di lui. C’è chi lo ha fatto, benissimo, in due splendidi libri: “I colori dell’oceano”, scritto con il giornalista della Stampa Fabio Pozzo, e “Ho sposato l’oceano. Simone Bianchetti, la sua avventura sportiva, la mia vita con lui”, libro che lo stesso Pozzo ha scritto con Inbar Meystar, l’amore che Simone aveva sposato tra la prima e la seconda tappa del suo ultimo giro del mondo in solitario. Se volete conoscere Simone, leggeteli. Perché non si parla solo del grande navigatore che è stato (e che sarebbe diventato negli anni successivi), l’unico italiano ad aver partecipato a tutte le grandi classiche dell’oceano (Mini Transat, Solitarie du Figaro, Route du Rhum, Ostar, Quebec-Saint Malo, Around Alone, Vendée Globe e via dicendo), spesso con barche e budget ridicoli, ma sempre con passione e determinazione, ottenendo risultati eccezionali se rapportati ai mezzi messi in campo. Si parla soprattutto dell’uomo. E Simone, con tutti i suoi difetti (qualcuno ne è immune?), i suoi tormenti e le sue debolezze, era un uomo. Vero. Una persona speciale con tante qualità. Un amico che non c’è più.

 

Sono passati quasi dieci anni. Tanto? Poco? Non lo sappiamo, perché non riusciamo a capirlo. Però a Simone pensiamo spesso. Quando leggiamo una sua poesia, o quando guardiamo uno dei quadri che ci regalò, lui che raccoglieva vecchi pezzi di legno sulle spiagge di Cervia, residuo di qualche peschereccio naufragato, e ci dipingeva sopra barche incantate che sembravamo uscite fuori da qualche vecchia e lisergica fiaba di mare. O quando cerchiamo con gli occhi la bottiglia di Rhum che ci portò dalla Guadalupa, vuota ovviamente (“Credevi che te l’avrei portata piena?”, ci disse con un sorriso dei suoi), ma con il percorso della Route du Rhum appena conclusa disegnato con un pennarello. Sono passati quasi dieci anni. Ma il famoso groppo in gola è sempre lì, che stoppa le parole e ci fa piangere. Perché la verità è che Simone ci manca. E non c’è altro da aggiungere.