Roma- Passate le vacanze è giunto il momento di tornare alla recente Olimpiade della vela per un’analisi più completa. Adesso che siamo più o meno tutti davanti ai computer, possiamo condividere insieme alcune considerazioni, traendo spunto da ciò che abbiamo osservato nella nostra trasferta a Weymouth e Portland. Divideremo questa analisi in due parti: la prima dedicata alla vela olimpica in generale e ai suoi splendidi campioni, la seconda con un focus sulla prestazione negativa della squadra azzurra, che è tornata a casa senza medaglie (non accadeva da Barcellona 1992). Ciò per cercare di individuare le probabili cause di tale risultato. Cosa hanno in più di noi quelli che vincono? Questa è la domanda a cui proveremo a rispondere basandoci su quanto abbiamo visto nelle acque del Dorset. Il contribuito di tutti è ovviamente gradito, per cui inviateci le vostre idee e i vostri commenti.
Che spettacolo la vela olimpica…
I muscoli dei finnisti impegnati allo spasimo nelle regate con 25 nodi. La Medal Race dei Laser Radial con dieci ragazze che girano una boa nello spazio di pochissimi secondi, con sorpassi, controsorpassi, planate, manovre al limite ma sempre in assoluto controllo. La sfida a tre nelle Star con Percy che controlla Scheidt lasciando troppo spazio a Freddy Loof che alla fine ne approfitta. L’epopea di Ben Ainslie che ha toni epici e quasi rischia di perdere il suo posto nella leggenda, ma poi fa felici tutte le isole britanniche in una serie con momenti di eccelsa intensità. Il volto ora sereno di Alessandra Sensini che questa volta dice “scusatemi se non ce l’ho fatta, ma il tempo passa”. L’intensità delle medal race finale dei 470, dove Gabrio Zandonà e Pietro Zucchetti potevano arrivare sul podio ma alla fine si fermano al quarto posto, quella “medaglia di legno” che fa perdere il sonno a chi la raggiunge. La rincorsa vincente di Giuseppe Angilella e Gianfranco Sibello alla Medal Race dei 49er. Il pubblico, straripante di entusiasmo, bandiere e colori nazionali, al Campo Nothe. Quelle splendide visioni per chi ama la vela che sono Tom Slingsby mentre gioca al gatto con il topo con un ragazzo cipriota, comunque arrivato alla prima medaglia olimpica per il suo paese, Nathan Outteridge che domina i 49er, Ben Ainslie che si ferma nel mezzo di una bolina per infastidire il suo avversario vichingo Jonas Hoegh-Christensen, la spietata determinazione delle ragazze spagnole del match race che arrivano a vincere un oro olimpico uscendo quasi dal nulla grazie a una preparazione mentale strabiliante curata da una psicologa sportiva specialista. E poi ancora… Il duello infinito di dieci prove tra Belcher-Page e Patience-Bithell nei 470, la rincorsa di Giulia Conti e Giovanna Micol a un podio che sembra vicino ma che poi sfugge nel momento decisivo, una ragazzina irlandese che straccia tutte nelle prime prove con vento forte ma poi finisce addirittura fuori dal podio, con una sfinge cinese fredda come l’acciaio che alla fine la scruta dal gradino più alto.
E’ il giorno della Medal Race dei 470 al campo Nothe, in primo piano i tifosi argentini arrivati per sostenere Calabrese-De la Fuente, che toglieranno il bronzo ai nostri Zandonà e Zucchetti. Foto Borlenghi
Le facce dei vincenti e quelle degli sconfitti
Questa è la vela olimpica, unica nella sua onesta autenticità. Uno spettacolo. Un vanto per lo sport e, credeteci, una dimostrazione assoluta di bellezza, soprattutto nelle molte giornate con il Sud Ovest che dall’Atlantico spazzava la Manica e i campi della baia. Uno sport in grado di far impallidire molte altre discipline olimpiche, che pure la vecchia televisione si ostina a preferire, accampando scuse come “la vela è complicata” o “la capiscono in pochi”. Lo splendore, perché di questo si tratta, delle regate di Weymouth e dei ragazzi che ne sono stati protagonisti è la massima pubblicità per tutto un movimento velico internazionale che solo qui presenta quella “meglio gioventù” che sarà destinata a entrare dalla Porta Grande nella vela professionale che conta davvero, dall’America’s Cup alla Volvo Ocean Race e alla grande Altura… Linee di partenza dove si sputa sangue per un centimetro, con tutte le barche che scattano allo sparo come un gruppo di delfini si tuffa su un branco di sardine. Un’intera flotta che vira all’unisono per uno scarso di 5 gradi. Volate in poppa con pompaggio libero al limite del possibile, con la barca che corre impetuosa, scossa, rivoltata in quell’orgasmo totale che è una deriva unita al suo equipaggio. Giri di boa dove si passa, in assoluto controllo, dove non entrerebbe neanche uno spillo…
Freddy Loof e Max Salminen ricevono l’oro nella classe Star. Dietro di loro i brasiliani Robert Scheidt e Bruno Prada, bronzo. Foto Borlenghi
E poi i volti, autentici e intensi. Tutti. Chi nella certezza della vittoria, chi nei dubbi che porteranno alla sconfitta. Si capisce subito quali saranno i vincenti, chi non tremerà nel momento che conta, perché ancora una volta è stato dimostrato come per vincere qui occorra una forza mentale salda come le scogliere del Dorset, capaci di resistere alle turbolenze mentali e ai timori subdoli, quelli che possono rivoltare i velisti come la corrente di marea contraria al vento scuote e solleva le onde nel turbinio d’umori d’acqua spumosa appena fuori il faro di Portland Bill.
Il ghigno invasato di Ben Ainslie mentre lascia indietro di 100 metri in un solo lasco PJ Potsma nella regata decisiva, quella che bisogna assolutamente vincere. La fierezza di Freddy Loof mentre sale finalmente in alto su quel podio che già aveva conosciuto in altre due occasioni. La bellezza dell’abbraccio tra Tom Slingsby e la sua fidanzata Flavia Tartaglini dopo la conquista dell’oro da parte del fuoriclasse aussie. La pacata delusione di Iker Martinez e Xabi Fernandez che dopo aver perso una Volvo Ocean Race che sembrava già vinta si ritrovano fuori anche dalla Medal Race dei 49er. L’incredulità di un ragazzo di Cipro diventato eroe nazionale. La serie fantastica di van Rijsselberge nei windsurf maschili. La gioia sfrenata di Marina Alabau, portata in trionfo dai compagni. Gli occhi malinconici di chi è rimasto indietro e la piccola smorfia di Gabrio Zandonà, arrivato-a-un-tanto-così da una medaglia storica alla fine di un’Olimpiade magnificamente condotta. Sono queste le emozioni che fanno grande questa vela ed è da qui che bisogna partire per capire cosa per noi non è andato.
Immagini affascinanti ma…
Dicevamo che la vela olimpica è stata magnificamente ripresa dalle televisioni: elicotteri, telecamere a terra tra i tifosi festanti, camere onboard che riprendono ogni gesto, quel continuo movimento che rende così dinamica questa disciplina. Il Finn addirittura brutale nei lati di poppa con il pompaggio libero. I 470 che schizzano da tutte le parti come cavallette impazzite. I 49er e i windsurf che sfrecciano in fluida apnea. Le Star, griffate splendidamente dagli organizzatori, che sembrano Laser nelle mani dei nuovi e possenti equipaggi olimpici. Gli stessi Laser che dimostrano una volta di più di essere l’attrezzo velico per eccellenza. Non una barca, ma un prolungamento di un atleta che lotta tra gli elementi. Si è notato, complice anche l’enorme attesa nei media britannici per le imprese dei suoi eroi, un aumento d’interesse per la vela olimpica. Personaggi, belle immagini e storie da vendere, ovvero ciò che rende mediaticamente appetibile uno sport e ciò che il Comitato Olimpico Internazionale e l’ISAF ormai ricercano senza fraintendimenti.
In tutto questo, quindi, una nota di demerito va alla RAI e a SKY, che non si sono accorti della risorsa spettacolare che avevano per le mani. Per chi non lo sapesse, i diritti televisivi (che in Italia aveva appunto SKY con la RAI in seconda posizione) comprendono anche quelli sul web. Ebbene, mentre la BBC, Eurosport e svariate reti a livello mondiale, rimbalzavano in streaming su Internet le strabilianti immagini della vela olimpica, da noi la questione è stata risolta non trasmettendo nulla e impedendo agli altri di farlo. Scelta incomprensibile in un 2012 in cui le notizie si rincorrono per il mondo a livelli vertiginosi.
Il video integrale della medal race dei Finn:
La vela ha un suo pubblico
Girovagare per le stradine vittoriane di Weymouth era uno spasso. Nella fin troppo blindata Portland (già, ma come noto, esattamente 40 anni fa a Monaco di Baviera in questi giorni finiva l’età dell’innocenza dell’Olimpiade) si vedevano solo seri atleti alle prese con le loro routine, ma a Weymouth era in atto il trionfo della vela. Tra yacht club, di quelli inglesi tutta sostanza e poca finzione, pub, concerti e tifosi arrivati un po’ da tutte le parti con i propri colori c’era da divertirsi. Il Campo Nothe, destinato alle Medal Race finali e alle regate mediaticamente più attese, era un vero stadio della vela, con una tribuna naturale che ogni giorno si riempiva di diverse migliaia di spettatori. Una parte a pagamento (un po’ troppo cara in verità) e un’altra libera. Le regate erano godibilissime, sin negli incroci più tirati. Certo, il vento era un po’ ballerino ma era uguale per tutti e alla fine tutti avevano la loro chance… E poi chi pensa che il vento lo ha tradito parte già con un piede nel baratro della sconfitta.
La strada scelta dall’ISAF – spettacolarizzare la vela – ha quindi avuto successo e non si fa fatica a immaginare che la rivoluzione dei formati, con regate più brevi, vicine a terra e godibili, prosegua senza incertezze. Così come la scelta delle classi. Girava voce che il kite Racing, che della spettacolarità fa il suo credo, potrebbe entrare solo come classe maschile lasciando il windsurf RS:X ancora per le donne a Rio 2016. La stessa Star proverà a ottenere uno status di evento speciale per Rio 2016, come undicesima medaglia. Il nuovo skiff doppio femminile, in cui pare sia già pronto un equipaggio Giulia Conti-Francesca Clapcich, e il cat misto Nacra 17, a cui ci dicono pensi anche Lorenzo Bressani e a cui punta anche Flavia Tartaglini, sono i logici sviluppi pratici di questa tendenza. La divisione generazionale si percepisce: noi legati alla cara vecchia vela di una virata dipinta in 3° di scarso, che fa impazzire di gioia i velisti ma che resta invisibile da terra, e i giovani che sognano e praticano adrenalina e velocità alla stessa velocità a cui aggiornano la loro pagina Facebook.
I campioni
La Gran Bretagna doveva fare sfracelli ma alla fine ha vinto “solo” un oro e 4 argenti, un po’ poco rispetto alle attese. Il successo di Ben Ainslie, che diventa con un argento e quattro ori consecutivi il più titolato di sempre nella storia della vela, è stato celebrato come la vittoria di Nelson a Trafalgar. Come l’ammiraglio, però, anche Ben ha rischiato di perdere il suo posto nella leggenda e solo il suo killer instinct, la sua proverbiale cattiveria agonistica e la splendida capacità di dare il meglio quando conta, lo hanno salvato da un argento che, agli occhi del mondo (oltre che ai suoi) sarebbe stato visto come una sconfitta. Memorabile l’immagine di lui fermo nel mezzo della bolina, da primissimo nella nona prova, in attesa che Jonas Hoegh Christensen si facesse sotto per cercare di ritardarlo e agevolare quel recupero di PJ Potsma che poteva dargli un punto in più e la possibilità di una Medal Race da match race. E che dire di PJ, che a metà della poppa finale è oro e all’arrivo non è nulla, ovvero quarto, a causa degli dei che gli offuscano i riflessi mentre l’inglese schiaccia Jonas senza accorgersi del rischio che sta correndo.
La nazione di gran lunga migliore della vela olimpica è questa volta l’Australia, che vince ben tre ori e un argento. Lo fa con tre fuoriclasse assoluti: lo splendido Tom Slingsby, Nathan Outteridge e Mathew Belcher. Segue la Spagna con due ori, quello della Alabau e quello di tre ragazze galiziane che nessuno accreditava di chance appena un anno fa. Questo successo è degno di nota, soprattutto per il lavoro mentale che ha consentito loro di concentrare la forza sul momento agonistico superando situazioni di notevole stress.
Oltre all’Italia restano senza medaglie gli Stati Uniti, e la cosa desta particolare scalpore, e la Germania. Bene fanno l’Olanda, la Nuova Zelanda, Svezia, Finlandia e Danimarca. Arriva anche il primo storico oro per la Cina in una disciplina che non sia il windsurf. 15 le nazioni che hanno vinto almeno una medaglia nella vela.
Chi vince e chi perde
La vela moderna è professionismo, anche e a maggior ragione in queste classi, che tecnicamente rappresentano il meglio di una selezione spietata. “Si allena il fisico, si allenano i materiali, si studia la meteorologia, si affina la tattica e la strategia, ci si deve circondare degli allenatori migliori, possibilmente con un carisma derivato da passati successi. Degli specialisti migliori in tutti i vari aspetti, da quello medico, alla meteo, alla fisioterapia e al nutrizionista. Tra i vari aspetti su cui lavorare, si deve ormai allenare anche la mente, con specialisti in psicologia sportiva”, ci spiega Delfina Vicente Santiago, la psicologa sportiva che ha reso solidissima la mente di Tamara Echegoyen, oro nel match race donne, e compagne. In effetti, abbiamo osservato che in tutte le classi a vincere, nel momento decisivo, era sempre l’equipaggio più preparato a farlo, mentalmente parlando. Quello capace di concentrare tutta la carica agonistica nella regata, estraniandosi dal contesto e mantenendo la tranquillità dei forti. Non eccitazione, che è il contrario della concentrazione, ma lucida consapevolezza che ogni energia deve essere rivolta al successo, sin dall’attivazione del mattino e alla routine successiva. Come Tom Slingsby che gioca a ping pong, con la mano sinistra “tanto per stimolare anche l’altra parte di sé”, a poche ore dalla medal race decisiva.
Cadere nella trappola della pressione è il difetto storico dei velisti italiani all’Olimpiade. Inutile far finta che non sia così: all’Olimpiade non si porta un numero velico ma la bandiera del proprio paese sulla randa, si rappresenta tutto un movimento da soli, si ha a che fare con i media, di una vittoria si ricorderanno tutti, anche la celebre casalinga di Voghera mentre un mondiale è risultato destinato ai soli addetti ai lavori.
Chi sceglie la rotta della mediocrità non vincerà mai. Chi non ha una visione d’insieme, di squadra, di team che lotta per una stessa direzione, farà fatica. Chi vede il compagno di squadra come un rivale invece che come una risorsa con cui crescere insieme all’Olimpiade magari non ci arriverà neanche. Questo non è il caso di Ben Ainslie, Tom Slingsby, Freddy Loof, Iain Percy, Robert Scheidt, Nathan Outteridge, Mathew Belcher, dei forti, dei campioni, di tutti gli altri che a Weymouth sono stati capaci di vincere e di entrare appunto negli annali dello sport dalla Puerta Grande. A loro va tutta la nostra ammirazione. Vi seguiremo per cercare di migliorare un po’ anche noi italiani, di cui parleremo nella seconda puntata di questa analisi.
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Medagliere finale della vela olimpica a Londra 2012
Australia 3 1 0
Spagna 2 0 0
Gran Bretagna 1 4 0
Olanda 1 1 1
NuovaZelanda 1 1 0
Svezia 1 0 1
Cina 1 0 0
Danimarca 0 1 1
Finlandia 0 1 1
Cipro 0 1 0
Polonia 0 0 2
Brasile 0 0 1
Belgio 0 0 1
Francia 0 0 1
Argentina 0 0 1



